Dottoressa Daria Robbiani
Medico
Dott.ssa Robbiani, facendo fede alla sua esperienza personale e maturata sul campo, in cosa dovrebbe consistere il percorso formativo ideale, per formare un soccorritore professionale completo e autonomo?
Indubbiamente, posso affermare che prenderei spunto dal modello Americano, applicato ovviamente alla realtà Italiana.
Instaurerei sicuramente un test d'ingresso selettivo che, se superato farebbe accedere ad un corso di "Diploma di Soccorritore Professionale" della durata di 3 anni, comprensivo di pratica sul campo e tirocinio.
Sarebbe opportuno creare un albo professionale con un "codice deontologico" ad hoc.
Le materie di studio principali potrebbero essere: anotomia, patologia, farmacologia, ovviamente A.L.S. e P.H.T.L.S.
Si creerebbero dei protocolli locali con manovre invasive avanzate, studiate appositamente per la nuova figura professionale.
Dott.ssa , secondo lei quali migliorie porterebbe un'elevata professionalizzazione del soccorritore pre-ospedaliero, in campo intra-ospedaliero?
Un soccorritore professionale, con un'adeguata istruzione sarebbe sicuramente più autonomo e responsabile, potrebbe riconoscere un CODICE BIANCO, tutt'ora non possibile da parte del soccorritore; questo di conseguenza porterebbe un giovamento ai P.S. dislocati sul territorio perchè ridurrebbe gli ingressi. Ridurrebbe la spesa sanitaria pubblica e migliorerebbe le risorse a favore del paziente.
Inoltre posso aggiungere che un soccorritore diplomato userebbe un linguaggio tecnico, lo stesso usato in ospedale. Con un linguaggio comune si aumenta la velocità di ospedalizzazione dei pazienti critici.
Dott.ssa Robbiani, tenendo conto dell'orografia e della varietà del territorio italiano, possiamo affermare che in alcune realtà, la reperibilità di un mezzo di soccorso avanzato risulta difficile, non per disorganizzazione ma per disomogeneità del territorio. Perchè non dotare tutti i mezzi di soccorso base, di personale addestrato e formato ad affrontare situazioni d'emergenza?. Il modello americano ed europeo è un esempio.
Paragonando la nostra realtà 118 ad altri sistemi di urgenza-emergenza, sia americani che europei, possiamo facilmente notare che il nostro è un sistema giovane. In Italia è mancata la cultura del soccorso, da pochi anni si sta muovendo qualcosa in questo senso. La capillarità del defibrillatore automatico e l'insegnamento del B.L.S. in tutte le scuole, negli Stati Uniti, sono un esempio lampante di cultura del soccorso radicata.
Da noi ci sono tante piccole realtà, un soccorritore Milanese non può usare il defibrillatore a Lodi.
Al soccorritore non viene riconosciuto alcun rischio biologico ne professionale. Conosciamo bene i rischi correlati ad una scena del trauma.
L'equipaggio che parte per un intervento va incontro a seri pericoli ovviando alle più basilari norme del codice della strada.
Arrivando sul posto si trova ad affrontare una scena non protetta, in un ambiente non protetto, andando incontro ad un rischio biologico non indifferente. Come si può negargli questo riconoscimento?
A mio avviso, solo con un albo professionale con un riconoscimento legislativo si potrà arrivare ad un riconoscimento del rischio professionale. Il tutto regolamentato dalla "Medicina del Lavoro".
Dott.ssa Robbiani, ho un'ultima domanda per lei: cosa ne pensa dell'Aispro?
Penso che sia un'ottima idea, ma siete molto giovani. Per smuovere seriamente il campo pre-ospedaliero servono manovre dall'alto.
Ringraziamo la Dott.ssa Daria Robbiani per la sua disponibilità nei nostri confronti.
Vorremmo sottolineare che l'AISPRO non è e non sarà mai un sindacato. E' un'associazione di soccorritori che vuole sensibilizzare il cittadino e le Istituzioni alla creazione di una figura inesistente, il SOCCORRITORE PROFESSIONALE.
fatto Dott.ssa le sue parole sono il punto cardine per la svolta di questa categoria "non" riconosciuta.
Andrea Sallustro
in linea generale sono d'accordo con la dottoressa Robbiani ma mi sorge spontanea una domanda: dato che gli attuali soccorritori sono per la maggior parte volontari non pagati come pensa si possa affrontare (da parte delle Istituzioni)il costo di soccorritori professionali che certamente non farebbero tutto ciò gratuitamente, come del resto avviene in tutti i paesi d'Europa e sopratutto in USA dove il volontariato gratuito non esiste??
Maurizio G.
Bellissima l'intervista alla d.ssa; vedo che è sulla mia lunghezza d'onda,reputo comunque la formazione necessaria, ma tre anni di diploma senza possibili sbocchi per intrapredere altre realtà risulterebbe inutile e con scarsa partecipazione.Purtroppo il mondo dei volontari andrà sempre più scomparendo e quindi serve veramente un qualcosa di utili per il futuro.
Ugo
Rispondo a Maurizio in attesa della risposta di Daria. I soccorritori "non pagati" continuano a diminuire, ci si troverà ad affrontare il problema "costo" comunque. I volontari sono la storia del soccorso italiano, non dovranno mai sparire. Dovranno essere affiancati da soccorritori professionisti. Il problema sta nel contratto, "operaio...." non ci sta bene.
Antonino Parise
Presidente Aispro
Risponde Dott.ssa Robbiani:
per Andrea: non ho capito..
per Maurizio: Per esempio, con il denaro risparmiato sul minor numero di codici bianchi. In pronto soccorso ogni ingresso ha un costo: per esperienza personale, chi si presenta con cefalea da un mese può ricevere una semplice visita o, se esiste un protocollo come in molti ospedali, visita più visita neurologica specialistica più esami ematici più TC cranio, e questo è soltanto un esempio.
Ora, che si tratti della visita di un medico di PS o di tutto il resto, questo ha comunque un costo.
Meno accessi impropri significa poter "spostare" altrove il denaro risparmiato.
Si potrebbe anche ipotizzare una sorta di ticket sull'uso improprio di un mezzo di emergenza, per esempio, anche minimo: indubbiamente, questo significherebbe diminuire gli abusi e quindi la necessità di un minor numero di mezzi di soccorso.
Sono solo ipotesi, ma sono convinta che se la questione fosse posta a degli economisti probabilmente si potrebbe trovare una soluzione.
Per Ugo: è vero che un corso tecnico come quello ipotizzato darebbe un unico sbocco lavorativo, ma d'altro canto basterebbe allinearsi con quelli del resto dell'UE per dar la possibilità di vedere riconosciuto il proprio titolo anche nel resto d'Europa..
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